Curiositą e tradizioni

La storia del Salento, dal dominio Spagnolo (‘500)  al ‘900, passando per le monarchie borboniche e savoiarde, e sempre dominato da una rapace aristocrazia, segue un percorso non proprio esaltante, durante il quale i destini delle sue genti sono determinati da eventi che si verificano altrove (Napoli, Roma, Madrid). Proprio il periodo borbonico che dal 1734 si trascina, quasi ininterrotto, fino al 1860 è attraversato da localistici modelli di violenza e da sporadiche, quanto variegate presenze rivoluzionarie.
La fine del ‘700 registra un’inversione di tendenza nella situazione demografica, complessivamente deficitaria negli ultimi centocinquant’anni. Una serie di proteste popolari, brutalmente represse e l’ulteriore restaurazione della monarchia spinge anche i notabili a parteggiare per forme di potere più democratiche, ma, a differenza del popolo all’ oscuro della politica e che chiede solo migliori condizioni di vita, essi non contestano il governo o le sue leggi, bensì i delegati ad applicarle.

Si incrementa il commercio di olio col resto del regno di Napoli e con l’estero; il centro di raccolta è Gallipoli e, nel suo porto affollato, navi inglesi e olandesi attendono anche mesi per poter caricare. (Al tempo l’olio costituiva materia prima per la fabbricazione del sapone).
Viaggiatori francesi, inglesi, e soprattutto tedeschi visitano terra D’Otranto e raccolgono, catalogano e descrivono per i rispettivi governi e successivi visitatori.
Nel 1797 un tedesco, Johann Hermann von Riedesel, che si avvale di locali collaboratori, prende a nolo uno sciabecco (bastimento a tre alberi) per meglio conoscere anche la costa. I suoi interessi sono per l’arte, ville e palazzi, ma non tralascia la terra e la vita della gente. Ci trasmette preziose testimonianze circa gli usi e costumi del nostro meridione, aspetti sociali, economici e culturali, fino ad interessarsi scientemente  anche del fenomeno, tutto nostrano del tarantismo.
Da lui apprendiamo il valore delle monete dell’epoca: l’oncia fatta di sei ducati, il ducato diviso in dieci carlini che sono composti da dieci grani, a loro volta costituiti da dodici cavalli. Con indole teutonica ne stabilisce il rapporto tra il valore delle merci e il denaro speso, consentendoci di equivalere il ducato a 4,25 lire alla loro coniazione ed alle 100.000 circa di fine XX secolo; il tarì a più di lire 1.000, la grana a quasi lire 100.
Ci informa che nel salento si produce cotone, esportato crudo (l’unità di misura è il cantaio o cantaro, variabile da 50 a 80 kg); stranamente su di esso non gravano imposte il che ne favorisce la coltivazione; i giardini producono ottima frutta ed i legumi sono squisiti; il tabacco “per qualitànon cede niente a quello di Siviglia”; la campagna è “fertile di olive” ed il vino eccellente (all’epoca nel territorio di Bagnolo si coltivano ortaggi, l’olivo il cotone, la vite, molti fichi e carrubi; diffusa la pratica del seminativo).
Inoltre il viaggiatore tedesco ritiene i villaggi tra Otranto e Lecce tra i più belli d’Italia ma gli abitanti poco istruiti ed impulsivi, i nobili e i ricchi gli appaiono apatici ed oziosi.

Bagnolo, sempre feudo di S. Caterina, all’epoca fornisce limitate cronache, eccezion fatta per la stesura del catasto ed alcuni episodi ecclesiastici. Da questi ultimi risaliamo alla fondazione della Confraternita Mater Domini fondata intorno al 1700, mentre dall’Archivio di Stato di Lecce, sezione “scritture delle Università ed ex feudi di Terra d’Otranto”, dove alla cartella riguardante Bagnolo rinveniamo solo gli atti, in data marzo 1799, di un contenzioso tra il sindaco dell’epoca, Salvatore Pedone e Francesco Papaleo; il fatto, piuttosto singolare, riguarda il nolo di un “traino” che il sindaco affitta dal Papaleo “con mule e cavalcante” per il trasporto di milizziotti (reclute) da Lecce a Bagnolo. Il “traino” si rompe dopo un miglio e viene lasciato a Cannole presso mastro Francesco De Franciscis, falegname “pratico di sistemar traini”. Poiché gli “acconci necessari” richiedono quattro-cinque giorni di lavoro, il sindaco Pedone acquista, dall’arcidiacono Modoni di Palmariggi, un altro “traino” (grana 110, fede di credito grana 40). Il Papaleo reclama la somma pattuita per l’affitto del mezzo ed il sindaco contesta che lo stesso si è guastato dopo appena un miglio dalla partenza. Il tribunale di Lecce, dove approda la vertenza, ingiunge al Papaleo la restituzione “della somma ricevuta come fede di credito”.
All’epoca l’amministrazione dell’Università è solitamente composta da: il sindaco, due deputati eletti per ciascuno de tre ceti in cui è divisa la popolazione, ed un cancelliere.

Nel 1806 i francesi spodestano i Borboni e insediano sul trono di Napoli Giuseppe Bonaparte a cui succede, nel 1808 Gioacchino Murat.
Il 2 agosto 1806 vengono approvate le leggi eversive della feudalità, ne consegue l’abolizione degli antichi privilegi, giurisdizioni e proventi baronali tornano ad essere integrati nella esclusiva sovranità dello Stato. Un soffio di vitalità pervade l’organizzazione economico – sociale immobile da secoli.
Per la provincia di Lecce, vessata da u più retrivo e radicato sistema feudale, si rende necessario un ulteriore decreto (16 ottobre 1809) per vietare “qualsiasi diritto feudale degli ex baroni ad eccezione delle decime del grano, orzo, avena, bambagia, lino, fave, mosto, vino e olive, rimanendo vietata qualsiasi altra esazione di decime”.
Purtroppo i comportamenti feudali permangono nelle menti e nell’indole delle genti salentine e ci vorrà più di un secolo prima che ne vengano estirpati.

Un altro decreto, del 17 agosto 1809, porta alla soppressione degli ordini religiosi e Bagnolo, dopo tre secoli, vede chiuso il suo convento.

Le riforme murattiane sanciscono l’ingresso dei grandi possedimenti feudali nei confini amministrativi comunali, ma il processo di ridistribuzione delle terre non si rivela favorevole per i ceti umili. Infatti, la gran parte delle terre invece di essere assegnata ai contadini, finisce in affitto ad una categoria di arricchiti imprenditori accorta alla produttività dei terreni più di quanto non lo fosse stata la precedente classe feudale; dalla locazione all’usurpazione il passo è breve.
Nella campagna monta la delusione e lo sconforto.
Con le nuove leggi del 1809 le piccole Università, non più feudalmente autonome, sono accorpate e vengono istituiti i circondari comunali e lo stato civile.
A quel tempo il distretto di Lecce, con un totale di 148.796 abitanti, è diviso in 26 amministraazioni: Bagnolo (502 ab.), Cannole (679 ab.), Cursi (751 ab.), Serrano (386 ab.), Roca (71 ab.) e Borgagne (517 ab.), formano il governo di Carpignano (985 ab.), per complessivi 3894 ab.

La popolazione di Bagnolo è descritta di indole mite e prevalentemente contadina, pochi i ricchi ed i proprietari di terre, una minoranza di artigiani. Diffuso l’analfabetismo e la povertà, numerosi gli accattoni; elevata la mortalità infantile e nel territorio imperversa la malaria.
Tra le donne è frequente il prolasso dell’utero, deformazione attribuita alle ripetute gravidanze ed al lavoro di raccolta delle olive che si svolge in posizione prona e spesso con una sacca appesa al collo.
Gli uomini, ad una certa età, assumono andature scomposte, provati dall’assiduo e pesante uso della zappa.

Al ritorno dei Borboni (1815) una classe di funzionari governativi, zelanti esecutori di ordini e desiderosi di emergere, governa con prepotenza; nei paesi il capo della guardia civica controlla pure l’operato del sindaco. Si contano numerosi processi per attività sovversive, imbastiti anche per semplici delazioni e mirati spesso a disfarsi degli avversari; si sà di inquisiti, rei solo di possedere una quantità di pane eccedente il fabbisogno giornaliero.
Nel 1817 giunge in Terra d’Otranto il generale Riccardo Church inviato quale ispettore delle truppe estere, ma col celato compito di monitorare la situazione tra il popolo che si teme prossimo alla ribellione.
Nel Salento operano i carbonari e i filadelfi.
La Carboneria, introdotta a Maglie da Giuseppe Ferramosca medico di Muro, è molto attiva e conta adepti in quasi tutti i paesi del circondario e tra il clero (è noto che alcune riunioni si sono tenute nella chiesa della Madonna delle Grazie).
L’associazione dei filadelfi, emanazione della Carboneria, accoglie gli affiliati dei ceti inferiori e i suoi maggiorenti sono iscritti ad entrambe le organizzazioni (rapporto del giudice Palma alla provincia).
Reali movimenti politici si hanno a calmiera, Galatina, Maglie, Martano ad opera dei rappresentanti del ceto medio (atti dell’Intendenza di Terra d’Otranto).

Negli elenchi delle società segrete (G. De Donno – Maglie) non compaiono iscritti di Bagnolo ed alcune denuncie sono limitate a forme di protesta più che effettiva partecipazione sovversiva.

Dopo la restaurazione borbonica, una politica poco accorta consente ai prodotti agricoli orientali, meno costosi, di invadere i mercati del Regno di Napoli. Se a questo aggiungiamo le tasse, i raccolti scarsi per la siccità e le invasioni parassitarie, il blocco dell’esportazione dell’olio, comprendiamo lo stato di agitazione che sfocia nelle sommosse del 1817 e 1820.
A Maglie i militi vengono disarmati dalla folla in fermento e i proprietari terrieri, che in assenza del governo vedono una minaccia per i loro interessi, imbracciano le armi contro i rivoltosi.

Alcune frange della Carboneria instaurano contatti col brigantaggio talentino, di cui, figura preminente è Ciro Annicchiarico, come opportunità per fronteggiare la prevedibile reazione del potere, ma nel contempo riescono ad intrattenere rapporti anche con l’inglese Charch, consentendogli la cattura di briganti, piccoli malfattori, affiliati di minore rilevanza delle società segrete e inoltre di intascare ben 21.000 ducati da carbonari più influenti per garantir loro l’impunità (esistono gli elenchi con le cifre pagate).
Etica spregiudicata, costume deprecabile che, anche se elevato a sistema di lotta per finalità patriottiche, rasenta le forme di terrorismo e rivela i ricorrenti comportamenti ambigui e levantini cui hanno sempre fatto ricorso le nostre classi dirigenti e quanto abbiano nuociuto alla nostra terra.

Nel 1820 Ferdinando di Borbone, costretto dai moti liberali, concede la costituzione ma, subito dopo, forte dell’appoggio militare dell’Austria, avvia una feroce repressione. Due rivoluzionari dei filadelfi, macchiatisi di fatti di sangue, vengono processati e le loro teste lasciate appese, quale monito, al muro del Sedile in piazza S. Oronzo a Lecce.

Fino all’epoca garibaldina, la consapevolezza politica nel Salento resta patrimonio di una minoranza illuminata e, ancora dopo l’entusiasmo suscitato dall’impresa dei mille, il sentimento patriottico è vissuto meno intensamente che nel nord d’Italia dove ancora parte del territorio nazionale rimane sotto il gioco straniero.

Proprio all’impresa di Garibaldi si lega una testimonianza di partecipazione da parte di un Bagnolese alle vicende del risorgimento italiano. La si ritrova nella figura di Andrea De Donno il garibaldino più longevo, nato a Bagnolo il 20 novembre 1842 e mortovi il 29 dicembre 1942. Non si conoscono le ragioni né le circostanze che lo inducono a vestire la camicia rossa; i più anziani lo ricordano soprattutto col soprannome “Andrea Nzuddhu”.

Il 29 ottobre 1859 Garibaldi a Teano saluta, col titolo di re d’Italia,  Vittorio Emanuele di Savoia; il 7 novembre 1860 il re entra a Napoli; scene di giubilo ovunque, a Lecce i festeggiamenti durano cinque giorni.

Dall’annessione al regno d’Italia e la conseguente piemontesizzazione, per la nostra terra ne deriva un diverso modello politico - amministrativo che, però, non muta le condizioni di vita né il senso di marginalità rispetto al resto della nazione. Da noi mancano le strade l’acqua le scuole; manca il senso di appartenenza profondo alla nuova realtà italiana e manca la consapevole identità ad una unione geografica che affonda nella memoria dell’antica Roma.
E quanto succede nell’immediato no giova di certo a creare o a crescere i sentimenti che mancano.
Le terre demaniali, poste in vendita dal nuovo governo, finiscono per ingrossare le proprietà di quanti si sono in precedenza giovati della defeudalizzazione di inizio secolo che risultano i soli in possesso della ricchezza necessaria. E’ ancora latifondo, nuovi signori e nuovi padroni; cambia poco. Bagnolo nel suo piccolo ne è un esempio emblematico.

Le tasse, le coscrizioni obbligatorie, le aspettative frustrate, unitamente alle differenti consuetudini e le incomprensioni con la mentalità piemontese, ingenerano un clima di crescente insofferenza. Atti giudiziari della corte di Lecce riferiscono di moti ostili al governo del nord (distruzione di stemmi e  immagini del re, di documenti comunali).
Col tempo, alimentato dal perdurare della miseria e dalla sfiducia nella giustizia, non sempre equa, l’insieme di circostanze degenera in un acuirsi del brigantaggio specie nelle zone interne della provincia e che tende a consolidarsi assumendo, agli occhi del popolo, quasi il carattere di lotta civile; una riedizione del conflitto secolare dei ceti miserabili contro i padroni ed ora contro i rappresentanti del potere, percepito lontano ed ostile.

 

Bagnolo, dalla metà dell’800, registra un sostanziale se pur contenuto impulso che si traduce in un’evoluzione della struttura urbanistica: la demolizione della vetusta chiesa Matrice (1848) e la realizzazione della nuova Chiesa Parrocchiale (1851), la costruzione dei palazzi Papaleo (ultimati nel 1870), la colonna a S. Giorgio (1889), il ridimensionamento di casa Verardi (1889), conferiscono nuovo decoro e spaziosità alla piazza. Alle accresciute necessità demografiche fa seguito la costruzione del cimitero (1885) e l’istituzione della fondazione Papaleo (1886).
Nel 1872 il tratto ferroviario Maglie – Otranto avvicina il paese al resto del Salento; nel 1898 si rinnova il percorso stradale Bagnolo - Cursi e giunge il telegrafo.
Intanto si fanno le “zzuche”, le corde vegetali da cui deriva il soprannome affibbiatoci dai vicini. Molte famiglie traggono sostentamento da questo umile artigianato; l’erba si raccoglie nel bacino dei laghi Alimini e la si lavora presso il proprio domicilio.
Il centro maggiore di raccolta di questi manufatti è Acquatica del Capo dove si imbastisce la cestineria, utilizzando quasi esclusivamente il più pregiato “pileddhu” che abbonda nelle paludi della costiera ionica (Salina, Tamari, Piccolo Chidro). Nel 1873, alcuni lavori in giunco inviati all’esposizione di Vienna, sono premiati; a Torino, in una mostra nazionale, le “zzuche” vengono apprezzate per la loro resistenza e il basso costo.
Arrivano le prime commesse e da Acquatica un agente di Londra esporta in Inghilterra la quasi totalità della produzione.
Purtroppo, alla sua morte, la nostra indolenza imprenditoriale ne dissolve ogni vantaggio.

Il ‘900 vede Bagnolo in posizione di leggero prestigio nei confronti dei paesi vicini.
Strade brecciate lo collegano con Cannole, Cursi, Palmariggi, Muro e Maglie. L’aspetto urbano è ben strutturato attorno alla piazza, luogo di ritrovo dove si cerca e si offre lavoro nei campi.
L’ospedale, con l’annesso centro antitracomatoso e la farmacia, offre assistenza agli ammalati e agli anziani anche del circondario; vi è la condotta medica e l’ostetrica.
Si prevede la costruzione di un edificio scolastico poiché le lezioni si tengono in locali presi in affitto da privati.
Dalla stazione transitano quattro treni giornalieri, due in direzione Maglie e due verso Otranto; i passeggeri sono numerosi soprattutto al sabato, quando le donne vanno a Maglie per il mercato ed anche il traffico commerciale ha una sua rilevanza, se già nel 1906 il consiglio comunale delibera per l’ampliamento del piano di carico e di una bascula; pare che le merci in partenza siano rappresentate, per lo più, da “cambace” e fichi secchi.
L’economia generale continua ad essere tradizionalmente agricola, priva di slanci e prospettive; nei vigneti della parte orientale del feudo si produce un apprezzato moscato.
Si cercano sbocchi per la manodopera priva di lavoro e, nel 1906 cogliendo la richiesta del mercato del tabacco, il comune ottiene di poterlo coltivare nel territorio che vanta di disponibilità di acqua. La produzione agricola ha òa possibilità di diversificarsi e la nuova coltura si afferma con la varietà Erzegovina, Perustiza Xanty-Yaka (un provvedimento dell’amministrazione dei monopoli di stato, che determina le zone di produzione, nel 1941 assegna a Bagnolo la coltivazione della varietà Erzegovina.
Per il mondo contadino è una nuova opportunità e presto alla coltivazione si aggiunge la lavorazione; i primi magazzini (le mai dimenticate “frabbiche te tabaccu”) giungono a Bagnolo dopo la prima guerra mondiale (a Tricase e Lecce erano sorte rispettivamente già nel 1901 e 1902). Le nostre infaticabili “tabacchine” si sottopongono ad un lavoro duro e mai ben retribuito pur di contribuire alla misera economia familiare (ancora nel 1957 a Bagnolo erano attive le manifatture di Grassi Luigi e Candido Salvatore).
Intanto viene istituita la rivendita per i generi di monopolio.
Dopo l’assegnazione di terre ai contadini, nei campi spietrati si costruiscono molti “pajari” e le maestranze provengono da paesi del vicinato. La campagna, sempre primaria fonte di sostentamento conserva immutate, rispetto ai precedenti secoli, le coltivazioni. Particolare rilievo acquistano le “macise e le sciardine” che forniscono legumi e ortaggi per il consumo familiare. Nei campi si nota la presenza di alberi di gelso, piante non locali, che debbono la loro esistenza ad allevamenti di baco da seta impiantati in contrade del vicinato.
Declinano lentamente le coltivazioni di biada e orzo, in concomitanza alla riduzione del patrimonio zootecnico, in realtà mai notevole nella nostra terra.
I Bagolesi sanno fare le aie le “zzuche” e sono abili nell’arte di “cavar l’olio” (i nostri frantoiani e “nachiri” sono piuttosto apprezzati.
In paese sono operanti quattro frantoi, di cui due ipogei, ed un mulino.
Le attività artigianali si limitano ad un “ferraru”, due calzolai, maestri di cucito d’ambo i sessi ed alcuni muratori.
Quasi inesistenti gli esercizi commerciali, circoscritti a due “puteche” che vendono vino e generi alimentari, due “ucceri” che commerciano in casa i pochi animali macellati.
Per i prodotti di ciclico consumo (tessili, pelli, scarpe, utensili, attrezzi) è costume recarsi al mercato settimanale di Maglie o attendere le fiere annuali.
Venditori ed artigiani ambulanti (“quatarari, consalimbi, mulaforbici, mbrellari”) forniscono il resto; da Castrignano vengono le stoffe, da Cutrofiano e Lucugnano le terrecotte, da Nociglia e Calmiera il carbone.
All’epoca tutto si ripara o si ricicla; l’odierno usa e getta è scosciato.
Le donne aiutano nei campi durante il raccolto ed il tempo rimanente lo dedicano alla casa e ad altri piccoli lavori. Da ogni portone o “limesa” fuoriesce il battito dei telai che preparano il corredo o i panni.
La tassa di famiglia è ancora detta “focatico” e comprende quaranta classi contributive.
Con Palmariggi e Cannole viene costituito un consorzio Veterinario; a Bagnolo la zootecnia non vanta particolari tradizioni poiché l’esiguità del feudo  e la campagna totalmente coltivata non consentono la presenza di greggi numerose. Pochi sono i bovini, quasi inesistenti i suini. L’illuminazione pubblica è costituita da radi fanali che cominciano a bruciare petrolio in sostituzione dell’olio più fumoso.
Le cisterne pubbliche forniscono sufficiente acqua, ma l’aspirazione all’autonomia idrica è particolarmente sentita. Nel 1907 il comune delibera il contributo per l’acquedotto Pugliese (lire 395.326 annue, per 25 anni, da suddividersi fra tutti i comuni della provincia) facendo seguito agli stanziamenti statali (1902).
In un periodo di tensioni sociali derivanti dalla mancanza di lavoro,  per il carattere particolarmente esuberante dei bagnolesi e per la frequenza di piccoli ma numerosi furti, nel 1904 giungono i carabinieri. I militi, il cui ambito di competenza si estende ai teritori di Cannole e Palmariggi, si insediano nel fabbricato ad angolo della strada che dalla piazza porta a Maglie (odierna via Roma n° 1). Nel tempo la caserma si trasferisce in via Martiri d’Ungheria, poi in via Rosario Mancini fino all’attuale sede in via Roma.
Arriva la grande guerra (1915-1918).
Bagnolo, che ha vissuto solo marginalmente le vicende del risorgimento, manifesta indignazione per le azioni repressive ed antipatriottiche di Insbruk (1903) però partecipa, pur senza grandi entusiasmi e convinzioni, prima al prestito di guerra al Regno d’Italia (solo lire 200 perché le sue finanze non consentono altro) poi, col braccio dei suoi cittadini.
Dalla stazione partono le “tradotte” cariche di uomini diretti al fronte e tanti quel treno non lo riprenderanno più per tornare.
L’inizio del conflitto determina un’impennata dei prezzi; a Bagnolo il rincaro del pane genera violente manifestazioni che inducono il sindaco, Francesco Papaleo, a sospenderne la vendita e affidarla ad un unico fornitore che si impegna a mantenere il prezzo bloccato per due mesi. La consueta indigenza del paese viene  aggravata dall’assenza delle braccia partite per le armi e, protraendosi le operazioni miliari, un ordinanza interviene opportuna a calmierare i prodotti alimentari, carenti ed in costante rialzo.
La guerra apre ampi vuoti nelle file Bagnolesi, come ricordano le lastre marmoree affisse al monumento in piazza S. Giorgio.

  • Baldassarre Salvatore
  • Belfiore Martino
  • Caggiano Giorgio
  • Campa Giorgio
  • Capasa Giorgio
  • Caputo Antonio
  • Castelluzzo Giuseppe
  • Castelluzzo Salvatore
  • Coluccia Adinolfo
  • Coluccia Vito
  • Drazza Filadelfio
  • Drazza Luigi
  • Gabriele Giuseppe
  • Giurgola Vincenzo
  • Magurano Romolo
  • Magurano Vincenzo
  • Montagna Giorgio
  • Nocita Paolo
  • Nocita Rosario
  • Pasca Domenico
  • Pasca Giuseppe
  • Pasca Leonardo
  • Pasca Lorenzo
  • Pasca Luigi
  • Pedone Giorgio
  • Pellegrino Romolo
  • Rossetti Giacinto
  • Salvatore Medico
  • Stefanelli Giorgio
  • Stefanizzi Giorgio
  • Stomaci Donato

Bagnolo riprende il cammino della vita con la silenziosa dignità degli umili che conoscono la sofferenza e le manifestazioni per la vittoria sono, in realtà, un esplosione di giubilo per la fine degli eventi bellici.
Quelli che sono tornati sono più uomini, hanno incontrato altri italiani con altre visioni della vita; sono provati, ma posseggono nuova consapevolezza sociale e più ampi orizzonti, reclamano lavoro e migliori condizioni per l’esistenza futura.
Si verificano tumulti ed alcune terre vengono occupate.
Giugono le prime licenze commerciali (caffé ed alcolici); si ripristina l’edizione primaverile (aprile) della fiera Madonna del Buon Consiglio.
Dalla guerra il paese eredita la linea telefonica di una vedetta antiaerea ormai dismessa.
Il 30 ottobre  1922 Mussolini è capo del governo; inizia un lungo e travagliato periodo della vicenda italiana che ci condurrà ad una nuova guerra e sulla quale la storia, forse perché troppo recente, non si è ancora espressa compiutamente.
Nel 1923 Taranto si stacca dalla provincia di Terra d’Otranto e Brindi lo segue dopo qualche tempo.
A Bagnolo, nel 1926 Antonio Papaleo è podestà, titolo che subentra a quello di sindaco. Il paese scopre le camice nere, i balilla, il manipolo delle M.V.S.N., l’esercitazioni in piazza con i portatori di lucidi e neri stivali e con gli occhi vigili che scrutano attenti le assenze. Si instaura un clima di accettazione passiva, un periodo lungo in cui la gente appare fatalmente inerte.
Con proprietari che rivelano indole ancora feudale, i loro fattori esigenti, l’umile bracciante chinando la schiena e molto la testa, nell’arco dell’anno riesce a raccogliere le olive, lavorare al frantoio, potare, zappare, mietere e dedicare la poca restante energia all’orto di casa; valicato un anno di grana esistenza ne ricomincia un altro, uguale.

Poi alcuni sprazzi di vitalità:
il consiglio comunale delibera per il monumento ai caduti della grande guerra e la costruzione dell’edificio scolastico (1930); sembrano i presupposti della normalità, preludio ad un futuro degno di essere vissuto.
Il censimento del 1931 rivela che Bagnolo conta ormai 1528 abitanti;  viene inaugurato l’impianto di illuminazione elettrica (1931);
nel 1935 si completa il tracciato dell’acquedotto Pugliese e nel 1937 sgorga l’acqua dalla fontana in piazza S. Giorgio.

Nel 1934 la popolazione è cresciuta di 40 unità e si ritiene opportuno investire lire 2.000 per dotare il paese di una farmacia che sostituisca l’armadio farmaceutico della fondazione Papaleo dove continua a funzionare l’ospedale ed il centro antitracomatoso.
Nel 1936, podestà Erminio De Polis, si piantano i primi alberi nell’area della piazza detta “sulli munti” che diventerà villa comunale.
Titolare della condotta ostetrica è Maria Clotilde Baldassarre (la cutirde), quanti non sono stati portati alla luce da questa “mammana?”, ancora nel 1957 il suo nome compare, unico bagnolese, nell’annuario di Terra d’Otranto.

Funziona una linea di autobus Lecce – Maglie che fa sosta a Bagnolo. Si istituisce un mercato settimanale frequentato anche dal vicinato.
In conformità alla politica di incremento demografico perseguita dal governo vengono assegnati premi in denaro ai nuovi matrimoni e alle nascite.

Un periodo di esaltazione colonialistica precede il baratro di una nuova immane guerra affrontata con truppe impreparate, osteggiata dalla Casa Reale, dalla Chiesa e da tanta parte della popolazione forzatamente coinvolta.
Una sconfitta annunciata.
Bagnolo manda i suoi uomini alla guerra e dona oro e altri metalli alla patria. Ancora tempi duri, manca tutto; il pane è razionato.
La gente rischia a macinare misere quantità di frumento nei pochi mulini funzionanti (mamma mi racconta del tonfo ritmato e incessante emanato dagli “stompi” in cui si pestavano i legumi per farne farina), i fumatori ostinati sottraggono misere quantità di tabacco al controllo dei finanzieri. Tanti sarebbero gli esempi per sottolineare l’arte, ben conosciuta, della sopravvivenza che animava tutti.
Bagnolo alla fine della guerra, seppure del conflitto patisca l’eco lontana e resti immune dal successivo periodo della resistenza, è prostata e conta nuovamente i suoi figli caduti:

  • Arcuti Giovanni
  • Baldassare Rocco
  • Beccarisi Salvatore
  • Campa Otello
  • Cancelli Luigi
  • Colì Erminio
  • Coluccia Antonio
  • Corallo Salvatore
  • D’Amico salvatore
  • Fiorentino Giuseppe
  • Lattante Pasquale
  • Magurano Antonio
  • Magurano Pompeo
  • Mariano Vincenzo
  • Marti Giuseppe
  • Pellegrino Filippo
  • Perrone Lorenzo
  • Piccinno Giuseppe
  • Rizzolomini Giorgio
  • Salvatore Florio
  • Totaro Antonio

Le tensioni scatenatesi al termine del conflitto, Bagnolo le vive, pur insieme a qualche violenza episodica, con un fervore di campanilistica contrapposizione tra fautori di opposte tendenze politiche.

Il Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sancisce l’avvento della Repubblica e l’Assemblea che redige la Costituzione termina i suoi lavori il 31 gennaio 1948.

Con una fiammata di orgoglio localistico, nel 1946 il consiglio comunale si esprime per la ripartizione regionale del Salento.

Per far fronte all’estrema indigenza del sud, il governo vara la Riforma Agraria (1950) e costituisce l’Ente demandato all’assegnazione dei terreni ai contadini. Malgrado le opere di bonifica, l’irrigazione, la Cassa del Mezzogiorno (strumento ideato per promuoverne lo sviluppo) e gli ingenti capitali da essa profusi, il sistema produttivo meridionale non decolla. Alle numerose braccia inattive non resta che ingrossare le fila di quell’emigrazione temporanea che porta tanti bagnolesi ad imbarcarsi sui grossi macchinoni neri  (Fiat) stracarichi di masserizie e andare “allu tabbaccu” nelle distese fertili del barese del tarantino o del materano dove li attende una stagione di fatica e solitudine, accolti con insofferenza dalle genti di Poggiorsini, Gravina, Laterza, Castellaneta, Metaponto.

I nostri contadini esperti di fatica, pieni del bisogno che sottomette, ricchi della debolezza che rende forti i potenti, da sempre, hanno seguito e rincorso il lavoro là dove esso si trova e quando si trova; nella stagione della mietitura, della vendemmia avendo compagni solo i propri pensieri e la “visazza” contenente i pochi stracci, alcune “frise” e cipolla.

Mentre in paese con le “zzuche” non si “campa” e le nostre ”tabacchine” strappano un mese o due di “frabbica” contribuendo alla magra economia familiare, intorno agli anni cinquanta, una piccola iniziativa industriale (imbottigliamento della birra) consente alcune unità lavorative. Purtroppo non dura molto e lascia solo qualche “tagliente ricordo” ad alcune operaie addette al lavaggio e riempimento bottiglie.

Poi il grande esodo che porta la quasi totalità della forza lavoro bagnolese ad emigrare verso le industrie del nord ed oltre i confini nazionali, ad inseguire prospettive di lavoro per se ed il futuro per i figli.
Un esodo di braccia che lascia in paese la mente ed il cuore.

E sono queste rimesse economiche che contribuiscono a stabilizzare il tessuto umano e urbanistico di Bagnolo così come si presenta oggi.

Comune di Bagnolo del Salento, Via Rosario Mancini - C.A.P. 73 0 20 - Tel. 0 836 31 80 05
E-mail: segreteria@comune.bagnolodelsalento.le.it - P.I. 83000210735

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